3 GIORNI A MEDJUGORJE

ilbiribino

14 Novembre 2015

Nessun commento

Capitolo 5

5 Secondo giorno a Medjugorje

«Buongiorno Caprone! Dormito bene?» Vitocchio era sceso in ritardo a colazione. «Dai che oggi è una giornata importante». Ancora non si era svegliato bene: mi guardava con i suoi occhi increduli mentre mettevo il sale nei panini imburrati. Dopo un po’ esclamò: «Che caprone che sei!». Io ripresi: «Guarda che alle capre piace il sale». Una volta sazi ci ritrovammo nella veranda, all’ingresso dell’albergo: Andreina, Marco e Mattia vestiti e attrezzati da alta montagna, sembrava che dovessero scalzare l’Everest. Vitocchio e Noemi erano raggianti ma non sapevano come vestirsi e mi chiesero: «Ma che tempo farà?» Risposi che ci poteva stare di tutto. Consigliai di portare una felpa e un k-way. Marcolino non si separava mai dal suo zaino; traumatizzato fin da piccolino dal fratello che gli prendeva di tutto, portava con sé tutte le cose cui teneva. Cercai di dissuaderlo, dicendogli che non aveva senso portarsi tutto quel peso in cima al Krizevac. Ma niente, non si lasciò convincere, guardai il gruppo e dissi: «Andiamo ragazzi, è tardi, dobbiamo ancora fare la spesa per il pranzo al sacco!».

5.1 Ultimi preparativi alla partenza per il Krizevac

Tutti avevano una borsa o uno zaino, meno che me. La cosa non passò inosservata e Noemi mi disse: «Ma tu non porti nulla?». Risposi che dovevo portare il mio peso nel pancino e che, anche la sera prima, ero stato male. Dissi a Mattia: «Metti dentro lo zaino un rotolo di carta igienica, non si sa mai! Speriamo bene!». Comprensivi, mi lasciarono senza ulteriori carichi. Ero ancora tutto indolenzito e non riuscivo a capire se stavo meglio. Presi una super dose di pasticche anti-dissenteria. Vista l’esperienza del giorno prima mi misi un cappello anti-pioggia calato in fronte, gli occhiali da sole e mi avviai dietro gli altri. Al primo «Market» comprammo affettati, formaggi, melograni, pane e acqua. Dove avremmo messo tutta quella roba? «Vitocchio guarda, là vendono degli zaini!», esclamai. Attraversammo la strada e sotto un cartello – dove era riportato: 8 Euro – ne erano in mostra di svariata fattura. Dopo una ovvia controversia su quale zaino acquistare, vinta stavolta da Vitocchio, comprammo uno zaino. Il caprone ci riversò tutta la spesa, più il contenuto della sua borsa, e se lo mise in spalla.

5.2 La vendetta di Andreina

Nel frattempo Andreina, approfittando del tempo a disposizione, era entrata in un negozietto nelle vicinanze ad acquistare, credo, dei regalini. Andai a chiamarla: «Siamo pronti!». Lei si avvicinò alla cassa per pagare ed io, intanto, mi misi a parlare con due donne italiane che erano lì, e chiesi loro: «Da dove venite?». La più giovane mi rispose: «Da Napoli». Io replicai: «Le più belle donne vengono da Napoli!». «E voi da dove venite?», chiese la ragazza. Andreina, anticipandomi, rispose: «Siamo toscani», e forse per vendicarsi della mia battuta, continuò: «Sono qui con Paolo Brosio!» indicandomi. Qualche attimo, di silenzio, che sembrava un’eternità e poi un urlo lancinante. Le due donne cominciarono a urlare come ossessi e alzando le braccia mi volevano stringere. Io ribadivo che non ero lui, ma la mia voce era coperta totalmente dalle urla: non mi rimase altro che scappare e corsi verso la chiesa. Il resto del gruppo, a distanza, mi seguì. Mi allontanai fino a scomparire e scorsi ancora Andreina che parlava con le due donne. Sperai che gli dicesse la verità, che era uno scherzo, che io non ero Brosio. Seduto su una panchina della chiesa, aspettavo gli altri e pensai quanto fosse bizzarro quello che mi stava capitan- do. Mentre si avvicinavano ridevano come matti. Si vedeva da lontano. Il volto di Andreina, appena visibile, riportava un chiaro sorriso-ghigno che evidenziava il successo della sua vendetta. Pensai: “Che stronza!”. Una volta vicini le chiesi: «Mica per caso le rincontrerò al ritorno sulla nave?». Ancora con un ghigno rispose: «Stai tranquillo, ripartono sabato, mentre noi giovedì». Vitocchio invece mi disse: «Non dovevi scappare, così sei stato al suo gioco». Risposi che ci avevo provato, ma sembravano impazzite!

5.3 La statua in bronzo del Cristo risorto

Una volta ricomposto il gruppo, Noemi riportò tutti alla nostra missione dicendo che la statua con il ginocchio che lacrima era più avanti, proprio in quella direzione. Infatti, dopo alcuni minuti di cammino sulla destra del viale che stavamo percorrendo, tra gli alberi ricomparve la statua di bronzo che già avevo visto l’anno prima, e che mi colpì profondamente. Ma allora non avevo notato la lacrimazione. Un gruppetto di persone stava osservando la statua. Io, stupido, non capii che erano in fila per prelevare le goccioline che uscivano, e mi avvicinai per vedere meglio, passando avanti a diverse persone. Andreina, miscredente per natura, mi guardò e disse: «Non potrebbe essere che quelle gocce fuoriescano per osmosi?». Una signora anziana lì vicino, con voce pacata, gli rispose al posto mio che l’avevano vista in tanti, avevano fatto radiografie e tutti i test possibili: non c’era una spiegazione razionale per questo fenomeno. Disse inoltre che erano più di venti giorni che non piangeva ed aveva ricominciato da pochi minuti. Vitocchio, a bocca aperta, guardava la statua e muoveva nervosamente le mani nella sua borsa, penso, per cercare la macchina fotografica. Io chiamai Marco per fargli prendere qualche goccia e insieme ci avvicinammo al punto della lacrimazione. La fila cominciò subito a reagire in malo modo. «C’eravamo prima noi!» qualcuno esclamò. Io risposi: «Scusate!», non avevo capito che siete in fila, volevo solo una goccia per il bambino. Alcuni reagirono male, e la cosa mi dispiacque, pensai: “Possibile che a Medjugorje vengono delle persone così?”. Mentre mi stavo allontanando, una voce sopra le altre esclamò: «Per il bambino sì! Fate passare il bambino!». Dissi a quell’uomo: «Grazie, il Signore te ne farà merito». Marco si avvicinò, gli spiegai che doveva prendere le goccioline e fare il Nome del Padre. Mentre prima la lacrimazione era modesta, quasi impercettibile, all’avvicinarsi di Marco si formarono subito tre grosse gocce, Marco si bagnò la manina e fece il Nome del Padre. Vitocchio, forse per l’emozione, girava continuamente con la sua macchina fotografica. Mentre Noemi in disparte pregava.

5.4 Finalmente ci incamminammo in direzione del Krizevac

Passarono alcuni minuti. Eravamo tutti in raccoglimento vicino alla statua quando ci siamo rimessi in marcia verso il “Monte dei Miracoli”. La strada, causa una deviazione per lavori, ci portò all’interno di un cimitero: la cosa turbò sia Mattia che Andreina. Per fortuna il cimitero era davvero minuto. Vitocchio era rimasto fermo all’ingresso del cimitero: una delle bretelle dello zaino nuovo, appena comprato, ave- va ceduto, forse perché made in Cina oppure perché l’aveva sovraccaricato. Una volta riparato, riprendemmo a camminare. Lungo il percorso non potevamo fare a meno di guardare i giardini delle casette, pieni di melograni e fichi d’India. Anche la vegetazione spontanea era disseminata di melogranie di altri frutticini sconosciuti. Osservando questo paesaggio nuovo, la camminata risultava piacevole e non faticosa, anche per me che ero il meno allenato.

5.5 Il sentiero che sale sul Krizevac

Dopo circa venti minuti arrivammo alla base del Krizevac dove iniziava il viottolo che porta alla sommità. Anche qui notai subito i cambiamenti dall’anno prima: all’ingresso ave- vano piazzato dei mammuttini, ed erano sorti tanti nuovi negozi di oggetti sacri e souvenir. Vi erano anche due nuovi bar. Vitocchio, alla vista del sentiero, non poteva credere ai suoi occhi, e disse: «Ma come hanno fatto a farlo a piedi nu- di, qui solo le capre possono salire!». Risposi: «Ma tu sei un caprone, dov’è il problema!». Già, fattosi coraggio, si tolse le scarpe e le legò allo zaino: Mattia per non essere da meno fece lo stesso. Io non me le tolsi, anche se mi sembrava di star meglio. Una volta ripresi dallo choc iniziammo la scalata. Vitocchio, detto il caprone, dopo solo dieci passi aveva rotto anche l’altra bretella. Non so come fece ad aggiustarlo, non lo voglio sapere, e riprendemmo a salire.

5.6 La prima Stazioni della Via Crucis

Il sole cominciava a scaldare e si preannunciava una bella giornata. Il percorso era suddiviso nelle 14 drammatiche tappe della Passione di Gesù sul Calvario. Ogni duecento metri circa appariva una croce con vicino una grande lastra in bronzo, dove era illustrata la vicenda di Gesù. Arrivati alla prima stazione dove Gesù fu flagellato, deriso e condannato a morte, chiamai Marco e, come l’anno precedente, gli chiesi di dire un’Ave Maria. Guardandolo dissi: «Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo». Lui si segnò, Continuai: «Ave o Maria» e Marco «piena di grazia, il signore è con te. Tu sei la benedetta fra le donne e benedetto il frutto del seno tuo Gesù. Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen». Poi mi guardò aspettando di fare insieme il Segno della Croce. «Bravo Marco! Te la ricordi tutta!». E lui contento fece un sorriso e continuò a salire. Poco dopo si sentì un tonfo sordo: era cascato lo zaino di Vitocchio. La riparazione non aveva tenuto ed altri laccetti si erano staccati. Indeciso sul da farsi, lo girava e rigirava su se stesso. Non riusciva a decidere come poterlo trasportare e oltretutto era anche scalzo. Noemi mi guardò. Intesi che dovevo prenderlo io, lo zaino. Sarà pesato almeno 20 chili. «Caprone!» esclamai, «Ma cosa ci hai messo dentro!». Erano rimasti solo due laccetti per l’ancoraggio al ventre: li legai insieme e formai un anellino sufficiente a tenerlo su una spalla. E in ordine sparso continuammo a scalare il sentiero. Intanto il mio disturbo era cessato del tutto, era sparito anche l’indolenzimento diffuso e il bruciore. Sorridendo da solo, ringraziai la Madonna.

5.7 L’ottava Stazione

A ogni stazione successiva ci radunavamo tutti per dire insieme un’Ave Maria. Le pause mi permettevano di posare per terra il pesante zaino, almeno per qualche minuto. La piccola bretellina ricostruita mi stava segnando la spalla. Ma di certo per me, e penso per tutti, il benessere interiore, la pace dello spirito, e la gioia di essere lì, producevano uno stato di grazia che rendeva, addirittura piacevoli sia la stanchezza fisica che gli altri svariati doloretti. Arrivati all’ottava stazione, riconoscendo “il masso”, esclamai: «Era seduto lì! Vitocchio!, Era seduto lì! Ti ricordi la storia del quadro che ho in sala?». Vitocchio quasi impaurito dai miei urli, forse pensava che stessi male e mi guardò con uno sguardo interrogativo. «Caprone!» continuai, «Ascoltami! Su quel masso era seduto l’autore del quadro che ho in sala». Finalmente i suoi occhi si fecero brillanti e colsi in lui che aveva capito. Sia a Vitocchio sia a Noemi ho raccontato più volte questa storia incredibile che mi era capita l’anno scorso a Medjugorje, mentre scendevo dal monte sullo stesso viottolo che stavamo percorrendo. Forse perché era dicembre ed era freddo, incontrammo pochissime persone sul Krizevac. All’andata avevo avuto uno strano incontro: un uomo con i capelli lunghi, seduto su quel masso stava dipingendo. Dopo averlo oltrepassato di pochi metri, e mentre stavamo iniziando a dire l’Ave Maria, mi voltai, indietro, e mi apparì quell’uomo che dipingeva. Feci un salto impaurito, sembrava apparso dal nulla. Ricordandomi di essere a Medjugorje mi feci coraggio e mi avvicinai con timore alle sue spalle. Stava terminando un quadro a carboncino che raffigurava una Madonna con Bambino. Rimasi dietro di lui in silenzio quando, poco dopo, scrisse qualcosa in fondo al foglio in una lingua sconosciuta, forse aramaico – ancora non sono riuscito a decifrarlo. Staccò il quadro e girandosi me lo porse dicendo in perfetto italiano: «Questo l’ho fatto per te». Pietrificato presi il rotolo, riuscii a dire solo grazie, mi voltai chiamando Marco, che non vedevo più, e facendo alcuni passi per cercarlo, mi accorsi che era seduto vicino alla Croce; mi voltai ancora indietro in direzione dell’uomo con i capelli lunghi e non lo vidi più, era sparito. Questa cosa, mi turbò molto. Oltretutto, il giorno prima del- la partenza per Medjugorje, una zia anziana di mia moglie si era ripresa dei quadri che mi aveva regalato quando l’avevo aiutata a traslocare da Roma. Mi aveva detto che era impossibile. Non me li aveva mai regalati, erano un ricordo del suo ex-marito. Così li staccai e li restituii. Per uno di essi trovai un sostituto, mentre per l’altro era rimasto un vuoto sulla parete. A rivedere quel masso i miei occhi si fecero lucidi ed una commozione forte mi provocò un fremito. Vitocchio il “caprone buono” se ne accorse subito e mi donò un sorriso di conforto.

5.8 L’odore delle scarpe di Vitocchio

Riprendemmo a salire e, come per magia, il nostro animo si stava rallegrando proporzionalmente alla quota raggiunta. Si sentì un altro tonfo sordo, oltretutto durante la preghiera. Stavolta era colpa mia, si era strappata la bretellina ricostruita ed era caduto lo zaino. Tutti si girarono, e vistomi in difficoltà perché ero in equilibrio sulla sommità di due massi, una signora nei pressi mi aiutò a recuperarlo. Ora non c’erano più appigli e dovetti caricarlo in spalla come un sacco di patate. Salendo si poteva pure tollerare la fatica del trasporto, ma l’odore delle scarpe di Vitocchio proprio no! Mi penzolavano proprio davanti alla faccia, l’olezzo era insopportabile. Pensai dunque alla mia piccola Via Crucis. . . ma l’odore emanato dalle scarpe divenne insignificante di fronte alla passione di Gesù sul Calvario! Con leggera indifferenza e pentito di quanto avevo pensato proseguii. Anche Marco cominciava a essere in difficoltà con il suo zaino “Linus” – anche Linus si portava appresso sempre qualcosa, la sua coperta! – che cominciava a pesargli. Così decisi di prendermeli tutti e due. Lo convinsi a passarmelo e lo misi sull’altra spalla. Noe- mi se ne accorse e, forse per compassione, mi venne incontro prendendolo in carico per sé.

5.9 La potenza della Fede

Mentre salivo i miei pensieri vagavano e notai che quel giorno, sul Krizevac, c’erano molti pellegrini. Penso che per loro, così come per noi, quella scalata rappresentava un invito a incontrare Gesù nella sua Passione ed a scoprire il suo amore. Alcuni di loro erano scalzi ed i gruppi guidati dai sacerdoti spesso sostavano e si raccoglievano in preghiera. Percepivo in tutti una forte devozione: persone di tutti i ceti sociali e di tutte le nazioni scalavano il monte alla ricerca di Gesù e del suo infinito amore. Mi ricordai la parabola di Gesù:

«Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.»

(Luca 11, 9-10)

Era la fede che spingeva quelle persone a bussare, a chiedere e a cercare. Molti di loro sicuramente vengono a ringraziarlo, a lodarlo, a rendergli gloria:

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e vai, la tua fede ti ha salvato!»

(Luca 17, 11-19)

Quando apriamo le porte del cuore allo Spirito Santo, la nostra vita subisce un gran cambiamento: l’amore guiderà le nostre scelte, e la serenità si poserà sul nostro animo:

«Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!»

(Luca 11, 11-13)

Tutto questo è bellissimo e dà speranza, in un momento in cui il mondo non ha più bisogno di Dio e l’indifferenza nei suoi confronti regna sovrana.

5.10 La Croce sulla sommità è parte del disegno Divino

Richiamato alla realtà dall’ennesimo tonfo sordo del mio zaino caduto, ho risentito una folata dalle scarpe di Vitocchio. Mi fermai per raccoglierlo, poi ci ripensai. Lasciamolo in terra per un minuto. Mi allontanai di un metro. Noemi notò il mio comportamento strano e pensò che non ce la facessi più. Mi venne incontro per aiutarmi. Traslocammo alcune bottiglie d’acqua sullo zaino di Marco. Vitocchio, intanto, anche da scalzo aveva superato la XIII stazione, ed era arrivato al bronzo incastonato sulla pietra messo a ricordo di padre Slavko, nel novembre 2001, appena sotto la grande croce posta sulla sommità del monte. Dopo non molto lo raggiungemmo e guardandoci intorno, la forte emozione di un panorama mozzafiato ci colse. Guardai Vitocchio, ancora fermo vici- no al bronzo, ed esclamai: «Caprone, sei rimasto a bocca aperta!». Risvegliato dalle mie parole si mise subito alla ricerca della macchina fotografica. Il cielo visto da lassù era come un oceano dai mille colori, intangibile, che si protraeva all’infinito. Si era totalmente aperto e lo increspavano solo poche nuvole a forma di croce, colorate dai raggi del sole. Se si guardava la croce stessa, il sole diveniva come infuocato – impossibile sostenere una luce talmente violenta, un giusto infinito per questo sacro simbolo. Secondo la testimonianza dei veggenti, nel messaggio del 30 agosto 1984, la Vergine ha detto:

«Anche la Croce faceva parte del disegno di Dio quando voi l’avete costruita.»

A quella vista, l’affermazione della Madonna prese evidenza. Mi feci coraggio e fui il primo ad avvicinarmi alla base della Croce. Salii gli ultimi scalini con devozione. Appoggiai la fronte sulla pietra del basamento ed una preghiera sorse spontanea, mi raccolsi profondamente.

5.11 Il cielo diventò improvvisamente nero

Dopo un po’, non saprei quantificare il tempo che era passato, baciando la pietra mi allontanai di pochi passi dalla grande Croce, cercando con lo sguardo gli altri. Erano tutti lì, sparpagliati. Il rumore di un tuono mi fece alzare gli occhi al cielo: era diventato tutto nero, coperto di nuvole dense e minacciose. Incredibile, poco prima il cielo era tutto sereno. La beatitudine in noi era così tanta che, per ognuno di noi credo, l’avvicinarsi di un temporale non costituiva motivo di preoccupazione. Guardai Vitocchio e mi venne da dire: «Sai Vitocchio, questo monte rappresenta il Calvario: abbiamo ripercorso la Via Crucis di Gesù. Quando egli morì, ricordi scoppiò un temporale con tanti lampi». E Vitocchio rispose: «Mancano solo i lampi». Non fece in tempo a finire la frase che tuoni e lampi scossero il cielo e cominciò a piovere. Per fortuna eravamo tutti ben attrezzati: io avevo il k-way e un grande cappello anti-pioggia, i bambini ed Andreina aveva- no impermeabili gialli con il cappuccio, lunghi fino ai piedi; anche Noemi e Vitocchio erano bardati con delle giacchette impermeabili con cappuccio. Mi guardai intorno e le centinaia di persone che pochi minuti prima assiepavano la croce si erano dileguate.

5.12 L’altarino di Andreina

Noi invece eravamo talmente estasiati che tuoni e lampi non ci turbarono affatto. Mattia e Marco giocavano con i sassi, Andreina si era isolata su una zona piena di altarini – ossia cumuli di sassi sovrastati da una croce fatta di ramoscelli, da molte foto ed oggetti vari, probabilmente richieste di grazia. Andreina stava edificando il suo. Vitocchio cominciava a chiedere del cibo, era affamato. Noemi, accanto a me, chiese: «Perché viene chiamato Monte dei Miracoli?». Risposi: «Vedrai che anche oggi succederà qualcosa». E lei: «Speriamo». Quando i richiami a pranzare di Vitocchio ed i ragazzi si fecero troppo insistenti, decidemmo di fare un picnic. Andammo tutti nella direzione di Andreina e del suo mucchietto di sassi. Aveva terminato il suo altarino e stava aggiungendo in cima una croce fatta da due ramoscelli legati con un ramo di giunco fresco. Inserì all’interno della legatura un fiorellino azzurro colto lì vicino e. infine, si tolse un braccialetto dal polso e lo posizionò sotto la piccola croce. Si raccolse in pre- ghiera per alcuni minuti. Intanto io trovai un sasso comodo — il tronco di un alberello mi faceva da schienale e me ne stavo proprio beato.

5.13 Il picnic sul Krizevac

Mentre Noemi preparava i panini, iniziai a mangiare un melograno. Subito Vitocchio mi chiamò: «Vieni qui vicino!». Ero solo a due metri di distanza e risposi: «Non mi muovo di qui nemmeno per mille euro». La pioggia intanto continuava, ma era sopportabile, a tal punto che nemmeno me ne accorsi. Mangiammo tutti il nostro panino tranquilli, sotto la pioggia. Spesso controllavo che Marco e Mattia stessero bene, ma non davano nessun segnale di disagio; sembravano a proprio agio. Finito il pranzetto, Noemi rassettò le carte e gli avanzi in una busta. Vitocchio, buttò via definitivamente il simulacro dello zaino distrutto: non era rimasta intatta nemmeno una cerniera, e anche il tessuto si era tutto lacerato. Facevo la siesta appoggiato al mio alberello quando vidi due coraggiosi anziani sbucare dal sentiero e dirigersi sotto la Croce, per nulla impauriti dalla pioggia. Anche loro si misero a pregare vicino al basamento.

5.14 Il Miracolo

Stavamo raccogliendo le ultime cose per poi riscendere dal monte quando la coda del mio occhio colse dei movimenti strani. Mi voltai verso i due anziani: l’uomo stava scappando mentre la donna era rimasta pietrificata e schiacciata con la schiena contro il basamento della croce, a braccia aperte, e così guardava il cielo. Istintivamente mi voltai verso quello che stava guardando… Non ci sono parole per descrivere quello che vidi: il tappeto di nuvole nere si era aperto un poco in direzione del sole, e lo stesso ruotava vertiginosamente lasciando una scia di colori… Chiamai Noemi e gli altri che non si erano accorti di nulla e indicai loro dove guardare. Noemi davanti a me rimase pietrificata con la testa all’insù – peccato che non riuscii a vedere il suo volto; gli occhi di Andreina si riempirono di lacrime e la sua bocca, grande anche quando è chiusa, divenne enorme e sorridente: in quindici anni al suo fianco non avevo mai visto un’espressione simile a quella. Mi ricordai che al suo arrivo a Medjugorje aveva detto: «Ho bisogno di una bastonata in testa». Interpretai quelle parole come il desiderio di avere un segno. Sorridendo con gusto, ringraziai Dio per la soda bastonata. Mattia non sapeva come comportarsi davanti a tale prodigio e così saltava, rideva, gioiva. Marco invece ebbe una reazione strana: si era steso in terra, immobile. Guardai gli altri per accertarmi che anch’essi lo stessero vedendo: tornai a guardare il sole, i suoi movimenti e i suoi colori. Passarono minuti lunghissimi, la visione aveva pietrificato tutti, compreso Vitocchio, “poverino”. Il tempo sembrava essersi fermato. Intorno al sole si formavano continuamente luci colorate che si staccavano e si invorticavano, formando una specie di girandola sullo sfondo nerissimo delle nuvole piene di pioggia. Ad un certo punto il cerchio del sole era divenuto completamente nero mentre le luci colorate continuavano a ruotare ed a staccarsi. Era bellissimo! Mattia ad un certo punto aveva detto: «Due luci si sono staccate e sono scese a terra!». Andreina continuava a ripetere senza stancarsi: «Grazie, grazie, grazie». Dopo un tempo che parve infinito, il cielo si chiuse tornando tutto nero.

5.15 Noemi ha incontrato Gesù

Noemi, proprio davanti a me, non si era mossa neanche di un millimetro. Era crollata a terra e piangeva a dirotto urlando: «Maurizio! Maurizio!». Vitocchio, lì vicino, andò subito per sollevarla, ma lei ancora: «Maurizio! Maurizio!». Corsi nella sua direzione, mi inginocchiai vicino e l’abbracciai forte: subito il suo respiro affannoso e i suoi singhiozzi rallentarono mentre teneva le braccia alte con le mani rivolta verso l’alto – le palme segnate da un forte rossore al centro. Toccandola sentivo il suo tremore. Le mani vibravano forte. Non dissi nulla, rimasi lì ed ero tutt’uno con lei. Poi il respiro, lentamente, tornò quasi normale, ma il dolore alle sue mani doveva essere tremendo, specie la destra che ancora si scuoteva. L’aiutai ad alzarsi e gli strinsi tra le mie la mano dolorante. Ci incamminammo per mano ed in silenzio sulla strada del ritorno. Dopo qualche minuto disse le prime parole, guardando la sua mano: «Non la sento più, non c’è più». Risposi: «Certo che c’è, è qui, stretta nella mia mano». Dopo un po’ continuò dicendo: «A parte i due vecchietti, eravamo soli, pensi che lo ha fatto solo per noi?» risposi: «Penso di sì».

5.16 Il cielo tornò sereno

Mentre scendevamo richiamavo continuamente Marco e Mattia perché i sassi bagnati dalla pioggia erano diventati scivolosi: «Non correte! Non saltate! Fate piccoli passi!». Da lì a poco il cielo si riaprì, tornò di nuovo il sereno, come all’andata. Ci guardammo tutti senza dire una parola, e continuammo a scendere senza dire niente; certo ognuno di noi rimuginava su quello che era accaduto. Mentre scendevamo, incrociammo dei nuovi gruppi che salivano; le prime perso- ne che vedevamo da molto, moltissimo tempo. . . Ma come dice Einstein: «Il tempo è relativo». E in effetti a noi era sembrato lunghissimo.

5.17 Ritornati a valle

Arrivammo in fondo al sentiero senza esser mai caduti. Vitocchio e Mattia si rimisero le scarpe e facemmo una breve pausa caffè all’unico bar sulla strada. Parlavamo solo di cose futili. Non c’eravamo ripresi dallo shock, e nessuno aveva il coraggio di dire cosa provava. Cercammo di distrarci nei negozietti, comprando ricordini. Dopo una mezzoretta, ci rimettemmo in cammino verso il centro Medjugorje, ripercorrendo la strada a ritroso. Vitocchio propose di fare un altro percorso senza passare dal cimitero, ma Andreina voleva ripassare dalla statua in bronzo che lacrima: voleva comprare dei fazzoletti e bagnarli sulle lacrime, per poi regalarli alle persone cui teneva. Infatti, appena passato il cimitero, vi erano due bancarelle ed ella acquistò dei fazzoletti bianchi ricamati con il volto della Madonna di Medjugorje. In vero ne facemmo incetta e ci avvicinammo di nuovo alla statua. Purtroppo, peggio che di mattina, troppe persone la circondavano. Avremmo dovuto aspettare troppo a lungo. Dopo una pausa sulle panchine di lato, rinunciammo ed andammo in albergo.

5.18 Il patto silenzioso

Ci fermammo davanti alla chiesa e forse ci stavamo riprendendo da quello che avevamo visto e vissuto. Noemi e Vitocchio non vedevano l’ora di raccontarlo a tutti. Noemi voleva telefonare alla sorella; Andreina invece disse: «Io mi sento di tenerlo dentro di me», io concordai, e facemmo un patto silenzioso. Con l’intento di dirlo solo a pochi e solo a chi poteva capire.

5.19 L’emozione si trasformava in commozione

Continuammo in direzione dell’albergo. Avevamo tutti bisogno di una doccia e, prima di salire in camera, ci siamo dati un appuntamento per le sei, per prendere insieme la Santa Messa. Dalla finestra della camera, steso sul mio letto, guardavo la chiesa: il sole della sera la colorava tutta di rosa ed, in sottofondo, mi incantava un canto soave alla Madonna che proveniva da un gruppo di preghiera. Le emozioni della giornata si stavano trasformando in commozione, cominciavo un po’ a rilassarmi e mi veniva da piangere. Gli occhi divennero lucidi così li chiusi poiché nessuno si accorgesse.

.

5.20 Il “Chi cerca trova”

Ci ritrovammo puntuali alle 18 appena fuori dell’albergo: io sembravo una spia russa. Mi ero super-camuffato tanto da non poter essere riconosciuto dalle due donne che mi scambiavano per Brosio. Di soppiatto ci avvicinammo alla chiesa. Sapevo che la sosta ai negozietti era inevitabile ed entrai anch’io in uno di questi. Mentre curiosavo, notai una maglia nera con sopra stampata in argento la medaglia esorcistica di San Benedetto. Mi colpì molto e comprai una XXL. Mi piacciono infatti le maglie larghe, adesso la uso come pigiama. Mi avvicinai alla cassa per pagare mentre una signora, prima di me, stava passando un aggeggio strano con l’antenna. Mosso da curiosità, domandai alla commessa cosa fosse. Mi rispose, in un modesto italiano: «Premendo il primo bottone “cerca”, dopo “trova” la messa in italiano». Vitocchio, curioso anche lui di cosa stessi comprando, mi chiese che co- s’era quell’affare strano che avevo tra le mani e risposi: «Si chiama “Chi cerca trova”». Vitocchio, conoscendo le mie risposte sempre assurde ma con riferimenti spesso profondi, fece un’espressione un po’ pensosa. Probabilmente si stava scervellando per capire cosa volessi dire. Per non farlo sforzare troppo, gli dissi subito dopo che si trattava di una radio: a Medjugorje ci sono stazioni che traducono la messa in tutte le lingue. Con gli auricolari e la radio sul taschino sembravo ancor di più una spia russa.

.

5.21 L’altare esterno della Chiesa di San Giacomo

Le campane ci chiamavano e di passo svelto arrivammo nei pressi dell’altare esterno della Chiesa di San Giacomo, edificata nell’89 e con circa 5000 posti a sedere. All’inizio, era usato per raduni estivi e per grandi feste, ora, visto il grande afflusso di persone a Medjugorje, è normalmente utilizzato per recitare la Santa Messa. Ci sedemmo stavolta sulla sinistra. Ad una certa distanza vidi le due donne che mi fissavano e — terrore! scoprii che facevano parte di un gruppo che stavano già arringando contro di me, con vistosi gesti del- le braccia: «Accidenti, come hanno fatto a riconoscermi?». Probabilmente avevano riconosciuto gli altri che erano con me. Per fortuna la messa stava per iniziare, pensai: «Forse mi salvo». Infatti, poco dopo si girarono verso il sacerdote slavo, che iniziò a parlare.

5.22 Le apparizioni, i segni e i miracoli servono solo a chi ha poca fede

Durante una testimonianza della veggente Mirjana, la Madonna dice che tra la partecipazione a un’apparizione e la partecipazione alla Santa Messa, è molto più importante partecipare alla Messa. Quest’affermazione fa pensare, ma non troppo. Le Apparizioni, i Segni e i Miracoli in realtà servono solo a chi ha poca fede.

5.23 Il dilemma

Quella sera, 29 settembre 2010 mi colpì il Vangelo del giorno, recitato da un sacerdote in italiano:

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».

Poi gli disse:

«In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

(Gv 1, 47-51)

Questo vangelo mette in luce la fede di Natanaèle e la promessa di Gesù per chi ha fede. Per ciascuno di noi predispone una situazione ottimale a liberare il nostro cuore; se, nonostante tutto, noi lo rifiutiamo, Lui aspetta ed anche un

secondo prima di morire possiamo ravvederci e chiedere perdono. E il suo grande amore ce lo concede. Se però noi non crediamo e pensiamo sino alla fine che la morte sia la cessazione definitiva per l’uomo, questa lo sarà veramente e, allo scadere dei tempi, all’avvento promesso del Regno di Dio, Egli non avrà più pietà. Non ci è dato di conoscere la data di quando questa promessa si avvererà. Ci può consolare quanto riportato in questo passo Biblico:

«Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come alcuni reputano che faccia; ma egli è paziente verso voi, non volendo che alcuni periscano, ma che tutti giungano a ravvedersi.»

(2 Pietro 3:9)

In effetti, solo chi non vuol vedere, non vede. O tutti i cristiani sono pecore impaurite che si attaccano a qualunque cosa pur di evitare la paura della morte, o la maggioranza degli uomini è cieca e stolta. Questo dovrebbe essere “il di- lemma”, per chi ha un minimo d’intelligenza e di cuore; allora perché non approfondire e verificare chi ha ragione. Purtroppo la situazione è più grave di quanto si possa pensare: regna l’indifferenza totale. Sarete concordi con me nel pensare che la descrizione della maggioranza degli uomini, riportata in questo passo Biblico, rispecchia la realtà:

«Ma sappi questo, che negli ultimi giorni ci saranno tempi difficili. Poiché gli uomini saranno amanti di se stessi, amanti del denaro, millantatori, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, sleali, senza affezione naturale, non disposti a nessun accordo, calunniatori, senza padronanza di se, fieri, senza amore per la bontà, traditori, testardi, gonfi d’orgoglio, amanti dei piaceri anziché amanti di Dio, aventi una forma di santa devozione ma mostrandosi falsi alla sua potenza; e da questi allontanati.»

(2 Timoteo 3:1-5)

Si può dedurre che era previsto. Gli uomini sarebbero diventati così. E per di più è un sintomo che siamo giunti alla fine dei giorni.

5.24 La benedizione finale

Fui per fortuna distolto da questi pensieri cupi, quando finalmente riuscii a sintonizzare la mia radio sulla Messa in italiano e diedi anche un’auricolare ad Andreina. Contento del mio acquisto e di poter seguire il resto della Celebrazione. Se non che Mattia, incuriosito, premette il pulsante “cerca” e purtroppo “trovò” un’altra stazione in slavo. Be’, cedetti il “chi cerca trova” ai ragazzi e cercai di seguire la messa seguendo l’intonazione delle frasi. La benedizione finale fu particolare per me: alzando gli occhi vidi la solita tortora sul lato destro della croce, sopra il tendone che copriva l’altare. Questa vista mi emozionò, proprio mentre mi stavo segnando con il Segno della Croce. Indicai a Mattia di guardare in alto e vedemmo insieme la tortorina spiccare il volo e dirigersi verso degli alberi lì vicino.

5.25 Cena al ristorante

Finita la Messa dissi a tutti di andare subito via, prima che il gruppo delle due donne arrivasse. A passo svelto, ci infilammo in un tunnel illuminato dalle vetrine dei negozi per poi sbucare nella strada dove si trovava il ristorante in cui avevamo deciso di cenare. Vitocchio, come al solito, all’avvicinarsi dell’ora dei pasti non pensava ad altro che a pregustarli: pensava a voce alta a che zuppa quella sera avrebbe mangiato e chissà a quali altre prelibatezze? A questi pensieri i suoi occhi brillavano e sinceramente stimolava anche il nostro appetito. Era lo stesso ristorante dove con Marco eravamo già stati la prima volta a Medjugorje. Mi ricordavo che Marco, lì aveva mangiato bene nonostante le sue intolleranze al glutine, al latte e all’uovo. Si potevano trovare dei piatti senza questi ingredienti che gli piacevano. Dopo svariate fermate ai negozietti di souvenir, finalmente arrivammo al ristorante: c’era anche lo stesso cameriere. Ma la mensa sembrava al completo. Entrammo ugualmente e, nel mentre, delle persone si alzarono da un tavolo lasciandolo libero. Subito ci mettemmo seduti. Mi ricordavo anche quanto era scorbutico il cameriere! Così non ci degnò nemmeno di uno sguardo per circa venti minuti. Finalmente si avvicinò senza dire una parola e riapparecchiò il tavolo. Intanto Vitocchio, che guardava gli altri mangiare, aveva l’acquolina in bocca e non riusciva più a starsene fermo. Arrivarono i menù. Mattia ordinò una pizza. Gli altri ordinarono zuppa di carote tranne me che decisi per una zuppa di pomodoro. L’attesa fu breve e, nonostante la ressa, arrivarono le zuppe fumanti. Con dispiacere di Noemi, anche lei allergica al glutine, ci accorgemmo che nella zuppa vi era della pasta. Fermammo subito Marco prima che cominciasse a mangiare. Nella mia al pomodoro invece c’era il riso: la cedetti a Marco e presi la sua alle carote. Noemi cedette la sua a Vitocchio che con piacere ne avrebbe mangiate due, e ordinò anche lei la zuppa al pomodoro. Erano davvero buone. Forse sarà stata la fame o la giornata incredibile che avevamo passato ma mangiammo tutto con gusto. Alla fine della cena, Vitocchio con l’occhio lungo notò da lontano la bottiglia dell’amaro “18 Isolabella” che la sera precedente ci era molto piaciuto. Dopo i due amari, soddisfatti, lasciammo il locale.

5.26 Testimonianza dell’astronomo Reinhold Gasser

Camminando in direzione del centro, a un certo punto, in lontananza si vedeva piccola come un puntino, illuminata da riflettori, la statua bianca della Madonna di Medjugorje. Il Podbrdo, il monte delle apparizioni, era la meta della mattina successiva. Alzando ancora di più lo sguardo, un cielo limpido e stellato, ci sovrastò. Mi venne l’idea azzardata di andarci subito che subito scartai, non potendo coinvolgere gli altri. Mi ricordai la testimonianza dell’astrologo di Sheffield che mi era rimasta impressa, principalmente per due motivi: per lo spettacolo notturno sul Podbrdo da lui raccontato e perché ogni volta che vedo demolire le convinzioni atee, di questi scienziati, provo grande soddisfazione. A Reinhold Gasser successe questo, ecco la sua testimonianza:

«Lo scorso anno fu particolarmente duro per me e Maureen. Nostra figlia era ammalata e il figlio separato dalla moglie e dalla piccola. Dissi a Maureen che saremo andati in pellegrinaggio per ringraziare al Madonna per la guarigione di Sonya e a chiedere aiuto per Mark. La sua risposta immediata fu: «Andremo a Medjugorje!» Non avevo mai avuto alcuna inclinazione ad andare laggiù e non sarebbe stata quella la mia scelta ma vedendo quanto era entusiasta non feci obiezioni. Maureen c’era stata in due precedenti occasioni e francamente non aveva mai smesso di parlarne. Ogni volta che tornava, con mio grande fastidio, non smetteva mai di parlarne. A Medjugorje avevamo organizzato un programma abbastanza vario – un incontro con Ivan, uno dei veggenti – del quale, quando Maureen mi chiese cosa ne pensassi, risposi che aveva «recitato» abbastanza bene. Quando alcuni pellegrini guardavano il sole comportandosi in modo strano, naturalmente io davo loro delle buone spiegazioni: avevo tenuto delle conferenze su sole e pianeti nella mia associazione astrofili. La statua in bronzo del Cristo Risorto aveva un liquido che usciva da una delle gambe, si vedevano pellegrini raccoglierlo con dei fazzoletti e naturalmente io avevo una buona spiegazione scientifica anche per quello. Comunque devo dire che le Messe a cui abbiamo partecipato erano molto speciali e avevo pregato per i nostri figli. Dato che sono un astrofilo riuscivo a fare buon uso di quei cieli molto scuri. Ero stato in cima al Krizevac, a mezzanotte, poco dopo il nostro arrivo e là avevo passato buone quattro ore in osservazione. Domenica 21 maggio avevo camminato in un raggio di circa 10 miglia osservando il cielo da un’altra collina vicino a Medjugorje, tornando all’una di notte. Lunedì 22 maggio stavo cercando un’altra nottata buona per le osservazioni. Maureen comunque disse che Ivan sarebbe andato alle 22 di sera per l’apparizione sulla collina, il primo luogo su cui era apparsa la Madonna nel giugno 1981, e che tutti i pellegrini erano invitati. Dissi che non ero interessato perché volevo andare fuori in qualche posto tranquillo ma Maureen mi pregò di venire, dato che era il nostro 35° anniversario di matrimonio. Furono necessarie delle torce elettriche per aiutarci a salire sulla via sassosa verso la grande croce e la statua della Madonna posta presso la cima della collina. Centinaia, se non migliaia, di pellegrini erano già lì cantando inni e recitando il rosario in varie lingue in una calma oscurità. Alle 10 Ivan disse alla gente di inginocchiarsi e si poteva sentire in quel posto speciale una meravigliosa pace e silenzio, difficili da descrivere. Dopo l’apparizione, grandi raggi di luce si incrociarono in tutte le direzioni illuminando i pellegrini nelle varie posture, in piedi, inginocchiati o seduti. Questa volta non potevo darmi spiegazioni e avevo solo da accettare il fatto come qualcosa di straordinario. Il cielo era splendido. Tutte le costellazioni erano visibili nel modo migliore, come mai le avevo viste prima. Non occorre dire che avevo con me il binocolo 8×56 e l’atlante del cielo: sapevo che avrei dovuto attendere fino a che i pellegrini fossero ridiscesi prima di poter iniziare la mia sessione di osservazioni stellari. Ero abbastanza contento di aver potuto unire il pellegrinaggio alla osservazione del cielo e mi sentivo sicuro, specialmente vicino alla grande croce e alla bianca statua della Madonna. Mi facevo strada attraverso la lunga costellazione dell’Idra, passando per le costellazioni del Cratere, Corvo e Libra, cercando gli oggetti di Messier. Più tardi quasi tutti i pellegrini erano andati via e alcune donne cantavano a bassa voce la loro Ave Maria scendendo poi in silenzio. A quel punto stavo cercando la costellazione dello Scorpione giù in basso sull’orizzonte sud. In quel momento una giovane donna davanti alla statua bianca della Madonna incominciò a cantare un negro spiritual molto commovente mentre un suo amico le stava accanto. Quando guardai in avanti verso la grande croce vidi una figura, di cui all’inizio pensavo essere due persone che si fondevano in un’unica figura, diventare sempre più luminosa fino ad apparire una donna estremamente bella e giovane, molto fine, con statura e posa perfette. Portava un velo bianco sul capo e un abito azzurro con riflessi d’oro, colori mai visti, lucenti, impossibili da descrivere. Non potrei descrivere a parole la sua incantevole bellezza e sentivo brividi di freddo lungo la schiena. I miei pensieri andavano alla mia vita passata con tutte le mie mancanze e dissi due volte ad alta voce: «Perché io? Perché io?». Capivo infatti che era la Madonna. Mentre stavo guardando pieno di timore, sembrava che Lei ascoltasse il canto della ragazza che esprimeva il suo cuore con il suo canto. Mi calmai, pensavo di aver perso i sensi, cercai di tirar fuori il mio binocolo per vederla meglio nei dettagli, dato che distava da me circa 9-10 metri; ma invano, l’ingrandimento non avveniva e lei rimaneva sempre la stessa. Lasciai il binocolo e la guardai ancora ma questa volta la Madonna scomparve nella completa oscurità. Rimasi lì come sbalordito e in stato di shock. La ragazza che aveva cantato disse che doveva prendere la decisione più importante della sua vita e che aveva sentito come tante farfalle nel suo corpo, specialmente mentre cantava rivolta alla statua della Madonna. Disse che tutto per lei ora era diventato chiaro. Cantò un altro spiritual e poi scendemmo dalla collina per vie diverse. Tornai a piedi a Medjugorje riguardando la costellazione dello scorpione che ora appariva in tutta la sua estensione. L’immagine della Madonna era ancora dentro di me e ci rimarrà per il resto della mia vita. Erano le due di notte quando raggiunsi la casa dove alloggiavamo. Svegliai Maureen la quale disse: «Il vostro hobby di astrofili è diventata un’ossessione!», ma io replicai che mi era successo qualcosa di strano. Lei notò subito che ero molto scosso e io raccontai cosa era accaduto sulla collina quella notte. Ero felice e anche turbato. Decidemmo di non dir niente a nessuno fino a che non avessi parlato con un sacerdote. Mi organizzai per poter incontrare un santo sacerdote dopo la Messa delle 10. Lui ascoltò la mia confessione, gli dissi tutta la storia chiedendo cosa dovessi fare. Il suo parere fu che avrei dovuto condividere la mia esperienza con gli altri. Devo precisare che la Madonna non mi ha dato messaggi, e voi, come me, potete trarre le vostre conclusioni da questo fatto ma per me Lei sarà sempre la Madonna di Medjugorje, Regina della Pace e Regina delle Stelle!»

5.27 Le rime di Gego

Mentre camminavamo in direzione dell’albergo, facendo continue fermate nei negozietti di souvenir, Vitocchio e Mattia si divertivano facendo una specie di gara a chi formava la rima più stupida:

M.: «Per aspettare Andreina e Noemi, siamo diventati tutti scemi!»

V.: «Questa strada principale, chissà come si presenta a Natale!»

M.: «Medjugorje, vale più di tanti tipi di ori!»

V.: «Se vuoi che la vita si allunghi, fai come me mangia la pizza con i funghi!»

M.: «Ma se i funghi mi fan male, all’ospedale devo anda- re!»

V.: «Mentre si andava verso l’hotel Bevanda, ho sentito un gran profumo di lavanda!»

M.: «Questi negozzietti, son pieni di braccialetti!»

Per fortuna, eravamo già arrivati all’albergo. Con l’auspicio di riuscire a dormire dopo una giornata così ci siamo congedati.

Lascia un commento