3 GIORNI A MEDJUGORJE

ilbiribino

12 Novembre 2015

Nessun commento

Capitolo 3

3 Il giorno della partenza

Lunedì 27 settembre era il giorno della partenza per Medjugorje. Eravamo reduci del matrimonio di Vitocchio; il giorno prima, nel mio agriturismo, la coppia aveva festeggiato i venticinque anni di matrimonio. Una festa memorabile! Ma i postumi si facevano sentire: avevo la testa pesante, pro- babilmente perché avevo bevuto troppo. Stavo cominciando ad avvertire un dolorino al basso ventre che non mi piaceva per niente. Era un disturbo che, ultimamente, mi capitava spesso; non potevo mangiare formaggi freschi altrimenti, di lì a poco, avrei dovuto correre in bagno. Alla festa avevo mangiato la panna del dolce: «Aiuto! Anche oggi mi tocca», pensai. In genere il disturbo si risolveva in due o tre crisi per poi esaurirsi. Allora pensai che un banale disagio non avrebbe comunque arrestato la nostra marcia verso Medjugorje; la nave sarebbe partita da Ancona alle nove di sera. Dovevamo essere al porto almeno un’ora prima. Nel pomeriggio aveva- mo calcolato di partire intorno alle 17. All’ora di pranzo ero già andato in bagno nove o dieci volte. Ero bianco come un lenzuolo, e il sederino mi bruciava. “Accidenti, questo non ci voleva, vado in vacanza tre giorni all’anno e guarda cosa mi capita!” Nonostante tutto, cercavo di allontanare lo spettro di non poter partire: era troppo importante per me questo viaggio e il mio Spirito, nonostante le apparenze, mi diceva che sarebbe andato tutto bene. Dovevamo partire in sei: la mia famiglia nella mia persona, Andreina ed i nostri figli di 13 e 14 anni – Marco e Mattia – ed i nostri amici che si erano appena risposati, Noemi e Vitocchio. Per me e per il mio bambino Marco era la seconda volta in quel di Medjugorje.

3.1 Marco

«Marco è un bambino autistico, di una bontà e sensibilità incredibili: è un bambino puro, è come un angelo, è un do- no di Dio. Non capisce i doppi sensi, le battute, le prese in giro dei compagni e si offende sempre: gli vengono gli occhi lucidi e probabilmente si domanda perché gli altri sono cattivi con lui. Ma incredibilmente ora sta abbastanza bene, è migliorato tantissimo. Sicuramente il Signore ci ha aiutati. A 18 mesi, dopo il richiamo dei vaccini e dopo il vaccino del morbillo, si è chiuso al mondo. Era gravissimo, stava su un angolino tutto il giorno a girare una mollichina di pane tra le mani. All’inizio pensavamo fosse sordo, Andreina sbatteva i coperchi delle pentole e lui nemmeno si girava. Il mondo ci è crollato improvvisamente addosso. Quando capitano ai bambini queste cose non si accettano. Allora è iniziato per noi il calvario. Abbiamo chiesto consiglio a tutti i medici d’Italia, poi d’Europa e infine del mondo. Una malattia sconosciuta, incurabile. A due anni ci fecero una diagnosi di autismo, malattia rara e poco sconosciuta. Nonostante tutto, siamo riusciti ad affrontare il problema, con l’aiuto del Signore. Siamo riusciti a trovare infine dei medici giusti, delle terapie giuste e non abbiamo perso mai la speranza. La mia famiglia è rimasta unita in questa battaglia contro il mondo. Sulla rete è riportata una statistica secondo la quale nel 95% dei casi, le famiglie con figli autistici vedono la separazione dei genitori. Certo, c’è voluta tanta forza, tanto coraggio e soprattutto tanta fede. Finalmente Marco, a cinque anni e mezzo, ha detto la prima parola, «birra». Ha lasciato fuori il mondo per ben quattro anni, senza elaborare alcuna informazione dall’esterno. Vederlo adesso, che parla e scrive e frequenta la 2a media con buoni risultati è una gioia indescrivibile. Anche se sappiamo che ancora ci sarà da lavorare, la nostra speranza è che possa avere una vita come tutti gli altri e, se Dio lo vorrà, che possa sposarsi e avere figli.».

Questa in sintesi è la storia di mio figlio Marco. So come non sia sufficiente a trasmettervi «le ore», «i giorni», «le notti», «le ansie», «il dolore» ed «i pianti in silenzio». Marco era nato sano e bellissimo. Il pediatra che aveva assistito Andreina al parto gli aveva dato un indice Apgar di 9 su 10. I primi mesi di crescita furono nella norma, cominciò anche a gattonare e camminare nei tempi prestabiliti. A 18 mesi, dopo il richiamo dei vaccini obbligatori e dopo la vaccinazione per il morbillo, Marco si chiuse in se. In una delle tante visite ci venne consigliato il metodo ABA, ancora in fase di sperimentazione, analisi funzionale del comportamento del bambino, frutto di una ricerca svolta in America e proseguita nel Regno Unito. Il metodo ABA (Applied Behavior Analysis) è atto ad individuare specifici interventi di psicologia comportamentale. Alcuni ricercatori all’Università del Kansas hanno applicato i principi di Skinner, fino ad allora applicati solo agli animali, a comportamenti umani socialmente significativi: in particolare alle disabilità dello sviluppo, al ritardo mentale e ai comportamenti aberranti associati all’autismo. Il metodo, in sintesi, consiste nell’ottenere una collaborazione da parte del paziente, compensandolo con delle gratificazioni sia pratiche che psicologiche. Per capirci, è come quando si dà un biscottino al cane dopo avergli ordinato di stare seduto. Molto dubbiosi, ma consapevoli dei successi raggiunti da questo metodo, partimmo tutti per Londra. Prendemmo accordi con il tutor Deen, il quale organizzò una squadra di terapisti tutta per Marco. Deen era il supervisore e veniva dall’Inghilterra a casa nostra ogni due mesi, per circa tre giorni. Il tutor doveva valutare il lavoro di squadra di Lella, la nostra baby sitter, appositamente istruita, di Denis, un’esperta di Firenze abilitata al metodo ABA che veniva una volta alla settimana e, infine, da Paola, la psicologa. Il metodo prevedeva fino a otto ore al giorno di terapia, con soli dieci minuti di pausa ogni ora. Incredibilmente, dopo pochi mesi arrivarono i primi risultati. Marco ancora non parlava, ma smise di farsela addosso e iniziò ad andare in bagno da solo. Con il passare del tempo ottenevamo sempre più risultati, eppure il traguardo ci sembrava sempre impossibile. Durante la terapia continuavamo a cercare altre strade, dovevamo capire perché Marco si era chiuso al mondo. Avevamo riscontrato che i suoi cinque sensi erano fortemente alterati: aveva una vista laterale, non percepiva sensazioni tattili (addirittura se cadeva e si faceva male nemmeno piangeva), ed il senso del gusto sembrava completamente sballato; Marco, infatti, è stato nutrito per tre anni solo con pasta d’acciuga. Inoltre, l’udito sembrava mancare del tutto, pareva sordo, al punto che per toglierci il dubbio siamo andati a Bologna a fare i potenziali evocati uditivi. Ancora oggi mi assale uno sconforto assoluto quando penso che, con questo quadro clinico, siamo andati alla USL della nostra città ed i medici ci hanno detto che, per curare Marco, occorreva la logopedia. Talvolta mi spaventa pensare in che mani siamo! Oltretutto in Italia, a differenza del resto del mondo, all’autismo non è nemmeno riconosciuto lo status di malattia. Così mi sono dovuto sobbarcare, anche indebitandomi, tutte le spese delle terapie di Marco. Cercammo, quindi, degli esperti per ognuno dei cinque sensi. Per quanto riguarda l’udito, trovammo a Reggio Emilia il Centro Berard del dottor Romani, nel quale ci recammo ogni settimana. Il metodo consiste nel far sentire al paziente alcune frequenze particolari tramite delle cuffie, in maniera da stimolare particolari aree cerebrali sensibili. A Venezia trovammo, invece, la dottoressa Laura Pettenò per il tatto, la quale ci insegnò tutta una serie di massaggi che noi puntualmente facevamo a Marco, anche cinque volte al giorno. Circa una volta al mese tornavamo dalla dottoressa per impararne di nuovi. A Bologna, trovammo la professoressa Visconti che ci aiutò a capire e a curare la vista laterale: Mar- co, infatti, non faceva altro che correre dietro la sua ombra. A Rimini, trovammo il professore Nardocci, un omeopata, che gli ordinò una cura per l’iperattività, oltre ad affermare con forza che la causa scatenante dell’autismo di Marco fossero stati i vaccini. Era giunto a questa conclusione con un esame appositamente condotto. Dopo aver proceduto alla misurazione della sua forza, e dopo aver somministrato svariati principi, Nardocci ci consigliò cosa il bambino non avrebbe più dovuto mangiare. Ma tutto ciò non fu ancora abbastanza. Dovevamo capire le cause dell’autismo e quindi cercare di intervenire direttamente all’origine, curando il processo infiammatorio cronico della membrana. In questo senso fu illuminante l’incontro con il gastroenterologo Monti- nari di Lecce. Andammo a casa sua, in Puglia, e ci raccontò che fu allontanato dall’ospedale, dove era primario del reparto di gastroenterologia, per avere affermato che i vaccini sono pericolosi. Comunque ci spiegò, a grandi linee, cosa succede nei bambini autistici, e confermò la sua teoria “che tutto ha inizio dall’intestino” ed è indispensabile seguire una dieta ferrea per far tornare l’organismo del bambino ad una possibile normalità. Tornati da Lecce e sconvolti da queste affermazioni, sia io che Andreina ci siamo messi a studiare. Dopo ricerche esasperanti su Internet, avevamo trovato opinioni concordi a quelle di Montinari sia in America che in Spagna. In effetti, per quello che si capiva dai testi di biochimica, le affermazioni di Montinari erano logiche. Infatti lui, con il suo metodo, era riuscito a curare completamente ambedue le figlie autistiche. Mi recai così in Spagna dal dottor Mazzuca che, assieme alla moglie, seguiva altri bambini autistici. Dopo alcuni esami, per i quali dovemmo volare in Olanda e negli Stati Uniti, ci somministrò la dieta giusta per Marco. Una volta tolto il glutine e la caseina dall’alimentazione di Marco, i risultati non tardarono. Marco era più tranquillo e più pre- sente: cominciavamo ad interagire con lui ed anche il metodo ABA, mai interrotto, stava dando risultati acclarati. Fortunatamente, nel frattempo il professor Mazzuca aveva aperto un ambulatorio anche a Roma dove ci recammo puntualmente una volta al mese ad aggiustare il tiro e tarare la cura.

In sintesi, possiamo dire che nei bambini l’autismo affiora a diciotto mesi, generalmente dopo i vaccini. Se il sistema immunitario è per qualsiasi motivo debole i vaccini devastano il bambino, provocando un’infezione intestinale permanente. I virus si annidano generalmente nell’intestino ed instaura- no uno sfasamento biochimico: il ciclo del glutatione, come quello dell’acido citrico, non si chiude più e si verifica l’insorgenza di tossine. La membrana intestinale infiammata, oltre a provocare la candida, svolge male il suo compito e lascia passare nel sangue alcune tossine che devastano il cervello e tutti gli altri organi. Mi viene una rabbia incredibile quando penso che a Marco, sotto consiglio del nostro pediatra, erano stati somministrati antibiotici per sei mesi. Proprio prima dei vaccini. Marco aveva infatti un problema di riflusso urinario che, nei maschi„ è oltretutto piuttosto comune. Glia antibiotici stessi hanno così reso il sistema immunitario di Marco deficitario. E mi arrabbio ancora di più se penso che i vaccini sono stati somministrati da un’infermiera, senza nemmeno la presenza di un medico, e senza chiedersi minimamente se il bambino stesse bene o domandare che cure avesse fatto o che farmaci avesse assunto nell’ultimo periodo. È incredibile! Il sistema sanitario, per negligenza, prima provoca un danno evidente e poi nemmeno ti passa le cure necessarie e riparatorie! In quanto l’autismo non è per loro una “malattia”. E pensare che nello stesso anno in cui è accaduto a Marco, solo in Italia ci sono stati oltre duemila casi di bambini autistici, senza considerare la moltitudine a quattro zeri colpita da disturbi pervasivi dello sviluppo. Finalmente, a cinque anni e mezzo, Marco ha detto la prima parola: birra. Eravamo seduti a un bar, faceva molto caldo, mentre stavo sorseggiando una birra fresca. Notai Marco dal suo passeggino allungare la mano verso il bicchiere. Mi rivolsi a lui con tono di rimprovero: «Marco, questa è birra, i bambini non la possono bere!». Lui insisteva: «Uhhh. . . uhhh» e continuava a indicare il bicchiere. «Marco se la vuoi devi dire birra! Birra! Hai capito?» Era diventato tutto rosso e ribadiva: «Uhhh. . . uhhh. . . » e finalmente disse: «Birraaa!». Non credevo alle mie orecchie e, dopo avergli teso il bicchiere con giusto un dito di birra, cominciai a saltare e a tirare in aria il cappello. Ero totalmente rinfanciullito. Il primo passo era fatto. L’uomo della strada non può nemmeno immaginare com’è complicato e sconosciuto il meccanismo del linguaggio. I nostri figli camminano, parlano, ridono e noi, nella nostra immensa ignoranza, non riusciamo nemmeno a sfiorare la comprensione del miracolo della vita. Questo vale anche per gli scienziati, immaginatevi per il resto degli uomini. Nel nostro cammino, la medicina tradizionale non è stata in grado di affrontare efficacemente il problema dell’autismo. Non vi fate convincere dai paroloni, non date fiducia solo ai medici tradizionali: di solito non conoscono a fondo questa sindrome. Spesso la medicina tradizionale non è in grado di curare nemmeno un raffreddore. Le persone semplici si fanno incantare da quattro termini scientifici e così credono di risolvere tutti i problemi. Questo genere di medici, per la loro preziosa consulenza fondata sulla presunzione, vi chiederanno anche molto denaro. Il vero medico sa quanto “il miglior dottore sia il paziente stesso” e quanto la stragrande maggioranza di farmaci consista in semplici palliativi che, generalmente – esclusi gli antibiotici e poche altre categorie – servono solo a eliminare i sintomi, senza curare assolutamente alcunché. In realtà sanno che ci curiamo “da soli” e, nonostante questo, questi fantomatici medici hanno il coraggio di presentare parcelle che solo Dio potrebbe esigere. Sempre ricordando la nostra esperienza, nel caso dell’autismo è mol- to più efficace la medicina alternativa e naturale proposta dal Protocollo Montanari, la quale utilizza medicine definite “non convenzionali” che si distinguono dalla medicina ufficiale – di società scientifiche, Università ed EBM – poiché sono pensate sull’evidenza dei risultati. Fate molta attenzione ai vaccini. L’autismo può insorgere da una reazione negativa alla vaccinazione. Circa il 20% dei bambini vaccinati ha un grave episodio febbrile acuto che coincide con il picco della cascata di citochine infiammatorie causata dai vaccini. Vi sono molte descrizioni ed eventi di questo tipo nell’infanzia che, poi, portano dritto ad una regressione improvvisa nel- l’autismo. Sempre nello stesso periodo, sempre interrogando il web, scoprimmo il protocollo americano DAN che consisteva principalmente nel somministrare integratori in grado di aiutare la biochimica nei bambini autistici. L’autismo, se- condo questo protocollo, non è un disturbo su base genetica, ma di carattere biochimico. Secondo il metodo DAN (Defeat Autism Now – Sconfiggere l’autismo ora) questa complessa patologia sarebbe causata da elementi di tossicità (quali i metalli pesanti delle otturazioni, il mercurio dei vaccini ed altre fonti di “avvelenamento”), ma anche da tossine provo- cate da infezioni croniche — spesso a livello intestinale e poco evidenti, che inciderebbero però negativamente sul funzionamento dell’organismo. Il metodo parte dunque dal pre- supposto che l’autismo sia la manifestazione ultima di alcune disfunzioni del sistema nervoso, immunitario o digestivo, le quali si presentano in soggetti particolarmente sensibili a fattori di carattere fisiologico o ambientale. La cura prevede una dieta accompagnata dall’uso di integratori, detossificatori e altre terapie per trattare i sintomi del singolo paziente. Così il metodo DAN coincideva perfettamente con i risultati a cui anche noi eravamo giunti, anche se per vie traverse. Avevamo dunque portato avanti, nello stesso tempo, tutti e tre i metodi che sembravano integrarsi e fondersi perfettamente. Gli integratori e i detossificatori venivano ordinati in Francia o in Belgio. Marco mostrava segni di miglioramento ogni giorno che passava. Fu una grande gioia quando all’età di otto anni, il supervisore Deen ci chiamò e ci aggiornò sul suo pensiero, dicendo: «Il metodo ABA non può fare altro per Marco, meglio smettere perché da ora in poi potrebbe essere un freno invece che un aiuto». Questa notizia meravigliosa mi diede tanta speranza, cosicché domandai: «Deen, allora Marco guarirà?». Con un’espressione triste rispose: «Può migliorare ancora moltissimo, ma rimarrà sempre autistico». Tutt’ora, come allora, non voglio credere a questa verità tra virgolette. La mia fede e il mio cuore mi dicono che ce la farà. Interrotto il metodo ABA cercammo una terapia che potesse far proseguire lo sviluppo cognitivo di Marco. In se- guito a studi ed ulteriori ricerche, arrivammo a scoprire il metodo Feuerstein, utilizzato normalmente dagli ebrei nelle scuole per aumentare le capacità cognitive dei loro bambi- ni. Questo metodo si basa sulla teoria della «Modificabilità Cognitiva». Ha senso insegnare qualcosa solo se è possibile alterare opportunamente le capacità di ragionamento di un individuo. Ovvero, se in un certo istante una persona non è in grado di compiere una determinata operazione, non pos- siamo escludere che in un istante successivo la stessa persona riesca dove in precedenza ha fallito. Affermazioni del tipo: «Non può imparare perché è troppo stupido» non possono essere accettate nell’ottica del metodo Feuerstein. A qualsiasi età e in qualsiasi condizione fisica o psicologica, è possibile plasmare le proprie abilità cognitive e migliorare la qualità dell’interazione con l’ambiente, come Feuerstein stesso e le sue scuole disseminate in tutto il mondo hanno dimostrato, operando su centinaia di casi apparentemente “disperati”. La modificazione dell’individuo passa attraverso la mediazione. Un mediatore esperto non fa altro che applicare i principi della mediazione consapevole, disponendo tra l’altro di uno strumento cartaceo: il P.A.S. (Programma di Arricchimento Strumentale), ovvero un sistema alternativo agli stimoli ambientali ed ai contenuti scolastici. Feuerstein riduce tutti i casi di mancata efficacia dell’azione formativa della scuola (oltre che, più in generale, del “debito formativo” dell’individuo), come la carenza di esperienze di apprendimento mediato, superando tutti i particolari casi di deficit ambientali o genetici di ciascun individuo. Avevamo organizzato un viaggio a Gerusalemme. Passammo così di strada dalla comunità ebraica di Roma, dove ricevemmo informazioni ulteriori su questo metodo. Il problema era che Marco, non essendo ebreo, non poteva entrare nei centri Feuerstein, riservati solo ai bambini ebrei. Avevamo deciso di trasferirci tutti in Terra Santa, quando miracolosamente trovammo a San Marino la dottoressa Sara Alighieri, esperta di questo metodo. Negli anni successivi andammo circa una o due volte la settimana a San Marino. La dottoressa visitava Marco presso una clinica, spesso accompagnata dalla nostra psicologa Paola Farinelli, la quale era responsabile della terapia a casa, intervenendo su Marco anche otto ore al giorno. Invece Lella, la nostra terapista, durante la giornata aveva il compi- to di seguire la dieta e di somministrare alcuni integratori del Protocollo Montinari. Il povero Marco doveva prendere ogni giorno circa trenta pasticche, oltre a svariate fiale. I nostri sforzi, pian piano, venivano premiati. Sicuramente anche Dio aveva steso la sua mano sulla testolina del nostro bambino. Ora Marco frequenta la seconda media è sta ottenendo ottimi risultati; anche se il suo piano di studi è personalizzato ed a scuola è assistito da Lella. Comunque riesce a esprimersi abbastanza bene, legge, scrive e riesce addirittura a fare piccoli temi e piccoli riassunti, senza contare che di recente, in matematica ha preso un dieci assolutamente meritato, a giudizio dell’insegnante! Osservandolo e stando con lui viene spontaneo pensare che Marco è un bambino di una bontà e sensibilità insolite. “E’ un bambino puro, è come un angelo, è un dono di Dio. Non capisce i doppi sensi, le battute, le prese in giro dei compagni e si offende sempre. Gli vengono gli occhi lucidi e probabilmente si domanda perché gli altri sono cattivi con lui”. I rapporti col fratello, Mattia, negli ultimi anni, visto il suo miglioramento, sono diventati intensi. Solo che Mattia, anche se non può fare a meno del fratello, ha a volte un comportamento prepotente, quasi da schiavista e con lui, il buon Marco è sempre accondiscendente. Può succedere che, irritato da Mattia, io voglia riprenderlo. . . ma sistematicamente Marco si frappone tra me e il fratello per difenderlo, nonostante egli lo faccia piangere spesso. Dire che è buono non è quindi sufficiente; ha subito cure intensissime e chissà quanto ha sofferto ma, nonostante tutto, agli altri sa dare solo sorrisi, aiuto ed umanità. Secondo il mio parere Marco è un messaggero d’amore: «nato da un atto di amore» e «accompagnato nella sua crescita sempre con tanto amore». In questa storia vince l’amore: «l’amore nella speranza», «l’amore nella vita», «l’amore in Dio».

(Grazie Signore per Marco)

3.2 Mattia

Mattia, l’altro mio bimbo, direi che è un piccolo grande uomo. Anche lui ha subito il nostro calvario. Le attenzioni maggiori, per forza di cose, sono state rivolte al fratello e, a volte, ha avuto piccoli sfoghi di gelosia e rabbia. Già a cinque anni credo si sia reso conto della situazione. La sua reazione è stata subito positiva: ci ha sempre aiutato ad accudire Marco; il signore ci ha aiutati anche in questo. È stato sempre comprensivo con il fratello, anche se a volte l’istinto ha prevalso. In passato, credo, “ci siamo un po’ mancati”: lui mancava a me ed io mancavo a lui. Molte volte avrei voluto spezzarmi in due per poter essere, nello stesso tempo, con tutti e due i miei figli. Nonostante tutto è un ragazzo bravissimo; a scuola quando vuole ottiene ottimi risultati, ci aiuta con l’agriturismo e — quel che conta di più è stato ed è il miglior terapista di Marco.

(Grazie Signore per Mattia)

3.3 Andreina

Andreina, mia moglie, è il mio amore. Io l’amo profondamente, secondo me è la più bella donna di tutta la Valtiberina. È una grande donna, e soprattutto una grande madre. Dalla felicità del matrimonio e dall’avere avuto due figli bellissimi, uno dietro l’altro (ci corre solo un anno), è passata all’improvviso all’angoscia ed al dolore più profondi. È stato, per lei, come cadere in un baratro senza fondo: il terrore e la disperazione hanno ogni suo giorno. Incredibilmente non si è lasciata abbattere e, insieme, con tanto amore, abbiamo combattuto e continuiamo a combattere la nostra battaglia, cercando di assicurare una vita normale a Marco. Capisco perfettamente quello che ha passato: dando tutta se stessa alle cure di Marco si è annullata completamente. Credo che abbia già dato anche troppo e io non le chiedo niente per me. Se esistesse il premio Nobel per le madri io la candiderei subito.

(Grazie Signore per Andreina)

3.4 Vitocchio

Vitocchio, detto il Caprone, è una persona buona, semplice e sempre disponibile, innamoratissimo di sua moglie Noemi. E’ un vero amico per me e, come tutti sanno, “Chi trova un amico trova un tesoro”. E’ ancora stordito per tutti gli eventi che gli sono capitati in questi ultimi anni. Una serie di circostanze che l’hanno portato a venire ad abitare proprio vicino a me: da Roma al confine tra Umbria e Toscana. . . Direi un bel passo, infatti lui non si è ancora ripreso! È abituato a ragionare per schemi anche se, da quando mi conosce, 2+2 ormai fa tutto meno che 4. E ancora non sa cosa l’attende a Medjugorje. Povero Vitocchio, speriamo che non mi tocchi portarlo da uno psicanalista.

(Grazie Signore per Vitocchio)

3.5 Noemi

Noemi l’ho lasciata per ultima, ma direi che come spiritualità è di certo la prima. Da sempre Dio aveva bussato alla sua porta, ma la vita, il lavoro e soprattutto la mancanza di una guida spirituale, le ha fatto dimenticare la sua anima in un cassetto. Ma, essendo la sua anima incontenibile, straboccava continuamente da ogni parte. I suoi occhi, specchio della sua anima, sono grandi, profondi e tristi; come se potessero vedere in un solo istante tutta la sofferenza del mondo. Negli ultimi tempi con la lettura della Bibbia è riuscita a gestire meglio il suo spirito e il suo amore. Nel tempo libero aiuta i bambini malati in un centro di recupero a Roma.

(Grazie Signore per Noemi)

3.6 La partenza

Sono già le cinque del pomeriggio e siamo pronti a partire. Non ho fatto in tempo a salire in macchina che un dolore acuto alla pancia mi ha fatto correre nuovamente in bagno. Di questo disturbo non ho detto niente a nessuno sperando che mi passasse. Così partiamo: io davanti e Vitocchio, con la sua BMW, dietro. Stare a sedere mi fa sentire meglio, forse perché comprimo la zona infiammata. Arriviamo al porto di Ancona e dopo il check-in ci imbarchiamo: non vedo l’ora di andare in cabina, la dissenteria anziché diminuire aumenta. Mi chiudo in cabina da solo e non faccio entrare nessuno. A quel punto mi accorgo che devo confessare a tutti di stare malissimo! “Ragazzi, non mi sento molto bene, ho la cacarella a stolzi. Noemi mi risponde, dicendo anche lei di non stare bene, e anche Vitocchio, forse per effetto placebo, comincia a star male. «Ho capito!» Ribadisce Noemi, ci ha colpito un virus: Sandro, in chiesa, durante il Matrimonio, aveva gli stessi disturbi, per questo non è venuto poi alla festa. Penso: «Ci manca solo questo quando si va in vacanza, speriamo che per giunta non affondi la nave!». Andreina ed i bambini, per fortuna stanno bene ed entrano in cabina per la notte. Mentre noi tre ci posizionammo nei divani del bar, vicino ai bagni. L’unica nota positiva è che al bar vendono una bibita che si chiamava Demidoff, o qualcosa del genere, vodka, soda e limone.

3.7 Un presagio

La magia del viaggio si stava incrinando, decisi così di andare sul ponte della nave per fumare una sigaretta. La notte era immersa in un chiarore strano, mi diressi a prua, nella direzione in cui il bagliore era più intenso: un’immagine surreale si presentava ai miei occhi, che spettacolo! Pensai, la luna piena, proprio davanti alla nave, bassa all’orizzonte, sembrava di dimensioni raddoppiate, e il suo riflesso sul mare appena increspato, disegnava una strada color argento, e noi la stavamo percorrendo. La luna è il simbolo della Madonna: le stavamo andando incontro navigando sopra una strada tempestata da tanti brillanti. Rimasi talmente colpito da questa visione che, rincuorato, mi decisi ad andare a dormire.

Lascia un commento