Ecco cosa pensava Gesù degli scribi e dei farisei:

Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

(Mt 5.20)

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.

(Mt 23,13)

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.

(Mt 23,23)

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza.

(Mt 23,25)

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume.

(Mt 23,27)

 

La critica che il Vangelo, in particolare Matteo, rivolge a farisei e scribi, va inquadrata storicamente. Per Matteo il problema non sta nella necessità o meno dell’osservanza della Legge da parte dei cristiani. Anzi, rivolgendosi a ebrei convertiti alla nuova via di Gesù sottolinea l’importanza di continuare a osservare i precetti (Mt 5,17-19). E nemmeno sta nell’applicazione di qualche singolo precetto, ma in un’interpretazione estrinseca della Legge che, in mano a questi potenti, viene piegata a strumento di controllo politico e di accreditamento sociale. Il versetto di Mt 23,8-9 richiamato dalla domanda evidenzia bene la reinterpretazione che alla luce di Gesù Cristo, il Messia crocifisso e risorto, un seguace della nuova via deve dare alla Legge: essa è uno strumento per vivere con giustizia e fedeltà nei confronti di Dio, imitando la sua misericordia verso il prossimo (Mt 23,23) e non per dominare gli altri e soddisfare così il proprio narcisismo e la sete di potere.

Sono passati 2000 anni e le cose non sono cambiate, infatti per secoli la giustizia ha sempre condannato povera gente, contadini, schiavi, poveri, e mai i ricchi, i nobili, i potenti. E oggi non è diverso. A essere condannati sono ragazzi tossicodipendenti, contadini, spazzini, casalinghe, senzatetto, malati di mente, al massimo qualche studente. Mai politici, magistrati, avvocati, notai, agenti dei servizi segreti. Quelli, al massimo, si “suicidano”.

Agli avvocati viene spesso offerto di più per non difendere alcuni clienti che per difenderli. La stragrande maggioranza degli avvocati e dei magistrati il diritto non lo conosce. E in fondo fa bene, perché il diritto non viene mai applicato veramente. La difesa dei deboli non è mai stata possibile nei secoli scorsi, e non si poteva pensare che dopo millenni di soprusi il cambiamento di un sistema legislativo potesse comportare anche un cambiamento di mentalità.

Perché non ci sarà mai una vera giustizia finché non verrà applicato quell’articolo del codice deontologico secondo cui l’avvocato ha il dovere di dire la verità e di collaborare col giudice per la ricerca della verità, ma questo presuppone:
– che i magistrati cerchino la verità e non il proprio interesse, cosa allo stadio attuale dell’evoluzione umana impossibile;
– che gli avvocati non colludano col cliente che delinque.

Perché nessuno vuole che la giustizia funzioni veramente, e quindi ogni riforma non fa che peggiorare il sistema già traballante, in quanto tra le tante falle del sistema, si insinuano e camminano spediti i corrotti, i criminali, i favoriti.

Perché spesso nelle cause più importanti si vince quando si ha torto e si perde quando si ha ragione.

Perché in Italia (ma anche all’estero) non c’è mai stato un vero processo per strage, o per un delitto grave, in cui si sia saputa la verità.

Perché la situazione, oggi, non è diversa da quella descritta da Khalil Gibran un secolo fa; ma del resto è la stessa situazione che esisteva millenni fa.

Perché finché ogni giurista troverà normale che sia punito l’omicidio ma si possa andare in guerra a fare milioni morti, che sia punito il furto ma si possano depredare i cittadini di milioni di euro, nessun sistema giuridico potrà mai essere chiamato “giustizia”.

 

(Articolo di Maurizio Marrani)

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